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Silvia Leto

NON E’ VERO CHE L’OPINIONE DELLA GENTE NON CONTA

È dolorosamente vero che stiamo attraversando un sempre e crescente distacco tra cittadini e istituzioni. Nella maggior parte delle democrazie contemporanee le persone si stanno allontanando dalla politica, ambito della vita spesso associato a sentimenti negativi nei confronti di una classe politica percepita come inadeguata e corrotta. Il risultato che ne deriva è nella maggior parte dei casi identificabile con qualunquismo, disinteresse, protesta, più o meno consapevole o spesso apatia e senso di smarrimento. Tutto questo è indice che qualcosa di grave si sta abbattendo sulla nostra società: una radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale, che oggi interessa tutte le classi sociali.

 

In questi giorni, ho avuto modo di partecipare ad una raccolta firme promossa dal gruppo “Cuorgnè C’è”, per la riapertura del pronto soccorso di Cuorgnè, la mia città natale. Bene, nonostante la sensazione generale di diffuso senso di scetticismo e di disillusione che si percepisce parlando con i cittadini, ho potuto toccare con mano quanto sia importante tornare “tra le persone” a fare la “Vera politica”. Tantissime le firme raccolte per la causa. Le persone, se coinvolte su temi importati e davvero vicini alle esigenze della vita di tutti i giorni, come la necessità sacrosanta di un presidio di primo soccorso, prendono parte alla discussione, manifestano la loro voglia di appartenere ad una comunità democratica e ci mette la faccia. Tante le parole scambiate, le speranze e le attese percepite. Si tratta di un vero successo che va oltre il simbolo politico, oltre il colore della bandiera e delle ideologie. Una firma per il territorio, per dare valore e assistenza al Canavese e ai suoi abitanti.

 

Magari la petizione non servirà a nulla, come molti si sono lasciati sfuggire su internet e sui giornali, ma tutto ciò evidenzia il problema, mette nero su bianco quali sono le aspettative del cittadino, sottolinea una necessità e pone un quesito ben chiaro alla classe politica che ci governa, a cui si deve dare risposta al più presto nelle sedi opportune.

 

Concludendo penso che se è vero, per un verso, che sempre più cittadini si sono allontanati dalla politica, dalla parte opposta, è anche vero che è la politica stessa ad essersi ritratta e sottratta allo sguardo e alle “necessità” delle persone comuni.

 

Spero in una repentina inversione di marcia…

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Giuseppe Pezzetto

LA FUGA DAL VOTO

Non è semplice analizzare le cause di questo costante allontanamento dal sacrosanto diritto di voto da parte dei cittadini. Di certo non ho la presunzione di avere la competenza per fare analisi ben più complesse ed articolate di questa che sto scrivendo; ci sono luminari della materia, politologi, sociologi, economisti che possono dissertare per ore e con competenza sull’argomento, ma da cittadino che cerca di capire, da cittadino che ha cercato di amministrare al meglio la propria comunità passando proprio attraverso lo strumento dell’elezione diretta del Sindaco e che quindi ha dovuto cimentarsi con il giudizio popolare, mi pongo delle domande e mi sento di condividere con Voi alcune riflessioni.

Che il modello della rappresentanza come l’abbiamo conosciuto dal dopo guerra ad oggi sia in crisi e non soltanto in Italia è palese. Quindi la prima domanda che mi pongo è: il modello della democrazia che abbiamo utilizzato in questo breve periodo storico non funziona più? Se così fosse quale nuovo ordine ci dobbiamo aspettare? Sicuramente l’accelerazione di alcuni fattori quali la veloce interconnessione di un mondo sempre più globalizzato anche, ma non solo, dalla digitalizzazione, ha generato un’economia con dicotomie sempre meno “equilibrate”, “pochi sempre più ricchi” molti “sempre più poveri” andando ad erodere quella media borghesia che era il cuscinetto naturale per la compensazione, una sorta di “clearing house”.

Nella parte del Mondo “occidentale” anche il liberismo ha subito trasformazioni di non poco conto così come in quella “post sovietica” il dissolvimento dell’economia socialista pianificata. In questo contesto quasi sottotraccia nella sua fase iniziale poi via via imponendosi è emerso con forza un modello che potremmo definire un’ibridazione dei due precedenti, certo semplificando di molto il concetto, quello Cinese.

Questo per evidenziare come soprattutto nel vecchio continente, vera culla della Politica, la stessa Politica abbia perso quel ruolo di indirizzo e di visione per le politiche economiche, ma anzi abbia sempre più subito le leggi di un mercato che cresceva e mutava così velocemente per il bizantinismo di una politica incapace di anticipare gli eventi e quindi non più in grado di governarli.

Una oggettiva perdita di credibilità ha via via fatto venir meno certezze e rispetto anche, purtroppo, verso le diverse Istituzioni e quindi minato le fondamenta del modello stesso dando vita a periodiche spinte populiste che poi si sono sempre dissolte come neve al sole, lasciando però ulteriori strati di confusione e insoddisfazione e nel caso specifico dell’Italia un debito pubblico che non è più sostenibile e che soprattutto non ha generato quell’ammodernamento di cui abbiamo bisogno.

La rassegnazione del: “Sono tutti uguali” purtroppo è scesa in profondità e pur nella consapevolezza che non sia del tutto vero, non si è mai riusciti a dimostrare concretamente il contrario. Le ideologie del novecento mi paiono del tutto annacquate, ci si misura più sul consenso del breve periodo seguendo le indicazioni ora di questo, domani di quel sondaggio e l’impressione di vivere alla giornata più per tutelare le posizioni acquisite che per costruire opportunità alle nuove generazioni ha fatto il resto, allontanandole sempre di più dalla vera essenza della Politica e quindi anche dall’esercizio del voto.

Ora ho come l’impressione che per rompere questo circolo vizioso e ripartire con vecchi o nuovi schemi di gioco votati al medio lungo periodo si dovrà passare da un momento di rottura, non solo economica ma anche culturale, sicuramente ci sarà chiesta la capacità da sempre insita nell’uomo di essere “adattivi”, e quindi di uscire dalla nostra “comfort zone”, lasciare delle certezze per affrontare nuove sfide.

Se fossimo stati più lungimiranti avremmo corretto prima la traiettoria, adesso rischiamo di essere sulla traiettoria.

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Silvia Leto

Cultura

ARTE COME POSSIBILITA’ PER RILANCIARE UN TERRITORIO

La valorizzazione di un territorio parte anche e soprattutto dalla visione che abbiamo Noi abitanti del territorio stesso. Una visione stanca e retrograda, ancorata a vecchi cliché o ad una storia intensa ma superata per fattori economici, tecnologici e sociali, non può che affossare e far morire quel territorio. Questo paradigma può essere applicato genericamente ad alcuni paesi o città del nostro Canavese, piccoli borghi di montagna un tempo fortemente abitati e vissuti, che hanno perso la loro energia vitale poiché legata ad una realtà industriale che sfruttava la loro collocazione per la produzione industriale, portando di riflesso ricchezza e benessere. Ad oggi non ci rimane che una fotografia sbiadita di quella memoria. Nell’immaginario comune infatti il borgo ha una duplice valenza: quella romantica, legata al luogo inteso come paradiso lontano dal caos cittadino, e quella problematica legata alla visione di luoghi senza speranza, luoghi dell’abbandono, contesti fragili ma con ampie possibilità. Questa situazione è tipica di molte zone interne, quelle aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione. Queste aree appaiono caratterizzate da sfide sociali complesse e problematiche che investono molteplici ambiti tra loro correlati, come: sanità e cure di prossimità, scuola e formazione, imprenditorialità, lavoro e sistema economico, mobilità, integrazione e inclusione sociale, i cui effetti mutano nel tempo e indeboliscono le comunità locali. Ancora lo spopolamento, la riduzione della natalità, la conflittualità politica, l’abbandono scolastico, la qualità dei servizi pubblici, la riduzione degli investimenti e bassa imprenditorialità sono alcuni tra gli effetti negativi sempre più evidenti che hanno un impatto sulla qualità della vita in tali contesti. Questi luoghi possono però rinascere e tornare a vivere attivamente una nuova e consapevole “età dell’oro”. Per fare ciò è necessario abbandonare la classica immagine delle aree rurali e periferiche, interpretandone la realtà potenziale: il borgo, il paese di montagna, la cittadina della periferia, non è solo luogo di ritiro, di isolamento, ma luogo che può essere vissuto attivamente. Al fine di alimentare processi di sviluppo di comunità, in primis si necessità di una leadership pubblica diffusa e credibile, che deve instaurare robusti e duraturi percorsi di collaborazione tra settore pubblico, privato e volontariato che siano in grado di alimentare i beni comuni del territorio. Ma non solo. Le pratiche artistiche in questo caso possono aiutare a rilanciare queste realtà, rimettere in gioco i ruoli e diventando protagonisti d’avanguardia sulla scena artistica e culturale. La chiave del cambiamento sta nel decostruire certe narrazioni consolidate, aprendo nuove e ampie prospettive. L’aspetto culturale è fondamentale, assieme ai servizi primari, per rendere attrattivi i nostri paesi, i territori delle aree interne, che custodiscono già naturalmente e storicamente le pratiche del ‘buon vivere’, perché hanno dalla loro parte il vantaggio della bellezza, della storia e della natura, ma che ora hanno bisogno di un ritorno alla “pratica della socialità”, e l’arte, da sempre, svolge un ruolo sociale. L’arte e gli artisti possono dare valore ai luoghi, cercandone l’anima, l’essenza e cogliendone la trasformazione. D’altro canto, possiamo affermare che l’arte è ovunque, nelle case, negli abiti, negli oggetti, nella natura. Il grande potere dell’arte è che le cose possono essere percepite diversamente da come normalmente ci appaiono. Con questo non voglio banalizzare dicendo che l’arte è la medicina di tutti i mali, ma sicuramente (lo testimoniano tante realtà in cui si sono sviluppati progetti incentrati sul tema artistico legato al territorio e al contesto urbano, ad esempio: “Cielo aperto” di Latronico in Basilicata, “Arte all’arte” di San Gimignano, “Ca’ Mon” centro di Comunità per l’arte e l’artigianato della montagna a Monno, “Arte Sella” in Val di Sella in Trentino, Farm Cultural Park a Favara in Sicilia) i nostri borghi dovrebbero puntare seriamente sui luoghi della cultura e sulla bellezza unica che ci circonda per strutturare il proprio futuro. Oggi il ruolo territoriale degli spazi culturali si amplia, si diversifica e si trasforma sino ad assumere caratteri del tutto imprevisti e sorprendenti: grazie alla tecnologia le distanze si sono annullate e la conoscenza è divenuta globale, per cui accade che progetti originali possano dare origine ad insiemi multidisciplinari capaci di intercettare contemporaneamente diverse esigenze culturali, formative, artistiche ed esperienziali, portando risultati che vanno al di là degli obiettivi strettamente artistici, ma creando un’opportunità che promuove diversi aspetti dello sviluppo territoriale come quello economico, grazie ai nuovi flussi di visitatori che generano impiego; quello sociale, poiché assistiamo alla formazione di reti formali e informali tra gli attori locali; e quello sostenibile, perché rendere “artistico” un territorio contribuisce alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente stesso, innescando nuove potenziali possibilità di miglioramento e di crescita.

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Tiziana Adage

Economia

UNO SLOGAN PER LA PROVENIENZA CANAVESANA

Non posso dire di provenire da una famiglia contadina, ma mia madrina e le mie prozie erano coltivatrici dirette e i miei genitori avevano un orto stupendo che con il lavoro dei miei nonni, e il mio piccolo contributo, produceva ogni ortaggio che si potesse desiderare.

Per le prime tre decadi della mia vita ho mangiato prodotti che venivano direttamente dal nostro orto, o da quello dei miei parenti e dalle loro stalle. Come dimenticare le uova e il latte fresco, il burro, i tomini e le tome, gli animali da cortile.

La tradizionale macellazione del maiale, fatta solitamente a febbraio, e la preparazione del salame da stagionare o mettere sotto grasso nella doja, il salame patata, le quaiette, le fresse fatte con la carne di maiale, fegato uova e uva sultanina e coperte con la sierosa, i budini (sanguinacci), le grassette (ciccioli)… potrei continuare per ore.

Il Canavese offre tantissimi prodotti locali, e alcuni hanno ottenuto anche la denominazione di prodotto agroalimentare tradizionale italiano (PAT). Mi vengono in mente il Civrin della Valchiusella e la tuma d’Trausela, il salame di turgia e la mocetta. Tra i prodotti agricoli la meliga (mais) della varietà antica pignoletto rosso, la piattella di Cortereggio delizioso fagiolo bianco anche presidio slow food, o il cavolo verza di Montalto con cui fare dei deliziosi caponet.

Infine, ci sono i prodotti tipici del parco del Gran Paradiso, le decine di mieli locali, e i vini DOCG (Erbaluce di Caluso: fermo, passito e spumante) e DOC (Carema, Canavese rosso o bianco). Chiedo scusa in anticipo per i prodotti non menzionati, probabilmente per mera ignoranza della loro esistenza.

Il concetto di prodotto a km zero e stagionale è per me così intrinseco nella mia cultura che a tutt’oggi, con il disappunto dei miei famigliari, mi rifiuto di comprare verdura o frutta non di stagione (ho comprato appena oggi le prime fragole).

Qui in Stiria, dove vivo ormai da più di un decennio (dal verde canavese al cuore verde dell’Austria, vedete un filo conduttore?) ho inizialmente faticato a trovare prodotti che rispondessero alle mie esigenze di acquisto e le etichette, che qui in Austria contengono molte meno informazioni rispetto a quelle italiane, non servivano.

La catena di supermercati SPAR, da un po`di anni, mi è venuta in aiuto segnalando sui propri scaffali con la scritta “ich bin ein steier” (io sono stiriano) più di 5000 prodotti provenienti dalla regione.

Non so se sia stato un atto di pura preveggenza da parte del marketing, che ha anticipato un sempre più marcato interesse dei consumatori, o se ci sia stata una spinta da parti dei produttori, ma io la trovo una iniziativa vincente per dare valore alla regione, ai suoi produttori e ai suoi prodotti.

Chissà che la prossima volta che calerò in Canavese (dopo aver fatto pasqua nella mia tana, come da Carducciana memoria) sugli scaffali non ci sia la scritta: Io Sono Canavesano.

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Ombretta Bertoldo

Economia

ESSERE NOMADI - IL CANAVESE PUO' ATTRARRE

Il concetto di nomadismo ha un’accezione positiva o negativa?

Nel mondo del lavoro, il termine è stato spesso affiancato, negli scorsi anni, a quello di precario: senza posto fisso, nomade, appunto, da un lavoro all’altro. Con lo sviluppo del lavoro da remoto, conosciuto anche come smart working o lavoro agile, il concetto assume tutta un’altra valenza. Diventa un modo di lavorare ambìto, visto dai più come possibilità di staccarsi dallo stereotipo delle lunghe code in macchina o pesanti viaggi da pendolare per raggiungere il luogo di lavoro, conciliando così anche vita privata e professionale. Le professioni che meglio riescono e riusciranno a beneficiare di questo tipo di politica del lavoro sono quelle digitali. Il lavoratore che necessita solo di pc, telefono e poco altro per essere operativo può essere un nomade digitale felice.

Quali sono i trend oggi, in Italia ed Europa? Secondo una ricerca del Politecnico di Milano, il lavoro smart resterà in larga percentuale anche oltre l’emergenza sanitaria: per l’89% nelle grandi aziende e nel 62% di quelle della Pubblica Amministrazione.

Secondo Eurostat, l’Italia in generale è appena sotto la media europea della diffusione dello smart working, con il suo 12%. Il Paese con maggior diffusione è la Finlandia (25%), seguita da Lussemburgo ed Irlanda. A livello di percezione di gradimento del fenomeno, altri dati indicano che il 64% degli italiani è attratto dal nomadismo digitale.

Secondo il mio parere, questa tendenza non è una moda, ma è destinata a diventare sempre di più un fenomeno sociale consueto. Sarà interessante vedere come evolverà la legislazione in materia e, prima ancora, come reagirà il tessuto imprenditoriale italiano a questo evento.

Al di là degli impatti organizzativi e sociali del fenomeno sono particolarmente attratta da quelli sull’ecosistema in cui viviamo. Se davvero l’ufficio, in qualche modo, può essere “spostato”, perché non spostarlo in qualche posto bello. Chi può essere interessato a vivere nei dormitori e nelle periferie, senza alcuna attrattiva, se non quella di avere la comodità dei mezzi per andare al lavoro? Penso che molti luoghi rurali, anche distanti dai grandi centri, possano avere un nuovo sviluppo. Sento sempre più spesso parlare giovani che decidono di lasciare la città, alla ricerca di un ambiente più confortevole in cui vivere. Il fatto di poter essere nomadi digitali sicuramente è un fattore determinante in queste scelte di vita. Mi piace pensare alle nostre zone come veri e propri “incubatori” di nuova vitalità, di nuove comunità che scelgono il posto in cui vivere non in funzione della distanza dal posto del lavoro. Comunità fatte di persone che, trascorrendo più tempo nello spazio prescelto, abbiano anche maggiore cura del territorio, si sentano parte del sistema e contribuiscano a renderlo vitale, ricco intellettualmente ed esteticamente piacevole.

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Massimo Motto

Massimo Motto

Politica

E' TEMPO DI AGIRE UNITI

Le mie radici sono qui, in questa terra. Nato e cresciuto in una frazione in cui ero il solo bambino residente, il mio paese, Pont, è stato per me sempre il “centro del mondo”.
La borgata in cui sono cresciuto gode di una particolare ed unica posizione panoramica che mi ha permesso di ammirare quotidianamente il paesaggio dall’alto e così facevo ogni giorno fino ad innamorarmene perdutamente.

Non potevo eludere questo amore e l’interesse che lentamente mi scorreva nelle vene, per cui, appena giunta la maggiore età, mi sono buttato a capofitto in tutto ciò che riguardava la politica amministrativa. Era il lontano 1986, e quante cose sono cambiate da allora. Sia in me ma soprattutto intorno a me. Quante ne ho viste e quante ne ho vissute….!

Ho assistito alla continuazione ed alla fine del “risorgimento” Canavesano. Ho vissuto, in diversi ruoli politici, quasi inerme, il decadimento del nostro territorio ma ciò non mi preclude affatto, anzi, la necessità ora più che mai in virtù degli ennesimi eventi che ci stanno piombando addosso, di provare a svoltare. Non esiste via d’uscita o tentativo che dir si voglia, se non quello di fare veramente squadra, mettendo in pratica quel termine tanto politicamente di moda ma solo teoricamente, in questo momento enunciato, che si chiama sinergia. È necessario mettere insieme i campanili e soprattutto mettere da parte gli individualismi. Facile da dire eh? Nel pratico continuo invece a vedere intorno a me la politica che sa guardare troppo spesso solo al “proprio zerbino di casa”.
So che è una considerazione un po’ cruda ma è la realtà.
“Basta teorie Motto”: ho imparato, a mie spese, che la pratica è l’unica cosa che può farci svoltare. Mi ripeto: mai come ora il Canavese ha l’assoluta necessità di svoltare altrimenti siamo veramente “fregati”. Noi e chi verrà. Usiamo il riferimento dell’esperienza di chi ha vissuto in modo trasparente e pulito anni di politica Canavesana come ad esempio Beppe, uno dei fondatori di “Canavese al Centro” ma togliamoci la maschera, abbassiamo le tonalità dei colori dei partiti politici, togliamoci l’egoismo paesano e facciamo del Canavese un Paese solo.
Non è più tempo per provarci, è tempo di fare.
Vogliate scusare la mia franchezza, e se eventualmente qualcuno dei lettori dissentirà dalle mie considerazioni chiedo loro solo di guardarsi intorno e di riflettere per un attimo: capirà quello che sta accadendo al nostro Canavese e le tante potenzialità inespresse da valorizzare.

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Giuseppe Pezzetto

Sanità

NUOVO OSPEDALE DEL TERRITORIO, LA TERZA VIA

Parlare di Sanità è sempre complesso sarà che le cifre in gioco sono sempre molto grandi, circa il 70-80%, del budget di una Regione, sarà che la pandemia ha portato ancor più in evidenza punti di forza e di debolezza, sarà che è un importante centro di potere, infine ultimo ma non ultimo, sarà che dovrebbe interessare un po’ tutti noi.
Da amministratore ho toccato con mano la complessità della materia, le lotte tra le varie fazioni, o meglio le istanze dei diversi portatori di interessi quelli che gli anglosassoni ci hanno abituati a chiamare “stakeholder” (di cui le Comunità sono parte fondamentale).
Per restare sul nostro territorio del Canavese, si ha la consapevolezza della complessità della nostra ASL (Azienda Sanitaria Locale): un territorio estremamente vasto, con morfologia variegata, carenza di personale (per una errata programmazione che arriva da lontano).
Si è molto parlato di nuovi modelli di “medicina del territorio” (ed ammetto la mia ignoranza, ma nonostante le numerose riunioni a cui ho partecipato, non ho capito che cosa realmente s’intenda). La tecnologia, altro elemento di cui si parla da molto ma che poi bisognerebbe concretizzare, può in parte sopperire alle oggettive limitazioni della viabilità e del trasporto pubblico, ma anche qui alla base occorre in primis connettere digitalmente le Comunità, tutte, quelle più grandi e quelle più piccole.
Le risorse pare non siano più un problema, il PNRR sembra essere la panacea per la soluzione strutturale di criticità che si trascinano da decenni, anche se gli scenari in continua evoluzione mi portano a pensare che non sarà proprio così.
Sommariamente definito il contesto, passiamo alle cose concrete!
Nelle ultime settimane si fa un gran parlare (e ritengo sia un bene) della collocazione del nuovo Ospedale, per qualcuno di Ivrea, per altri del Canavese.
Mi permetto di fare anch’io una considerazione sull’argomento, prima però, sarà per campanilismo, vorrei essere ancora più concreto e portare all’attenzione un passaggio che a prescindere dalla collocazione del nuovo nosocomio è imprescindibile e si innesta proprio nel sistema di rete “territoriale sanitaria” che avrà come Ospedale cardine quello eporediese.
E’ indispensabile contestualmente valorizzare gli Ospedali già esistenti e non è più procrastinabile la riapertura del Pronto Soccorso di Cuorgnè, tra le altre cose nuovo e funzionale per un territorio montano di cui è riferimento.
Passando alla collocazione del nuovo Ospedale da quanto ho letto e per quanto mi sono informato, ritengo che la terza via, quella che propone la rifunzionalizzazione del complesso del Palazzo Uffici di Ivrea possa a mio giudizio essere ottimale per alcuni oggettivi ma significativi aspetti: è baricentrica e facilmente raggiungibile dai due bacini (quello Alto Canavesano e quello Eporediese), insiste comunque su Ivrea, non prevede il consumo di ulteriore suolo ma la rifunzionalizzazione di architetture che il mondo ci invidia, è inserito nel verde ma al contempo nel perimetro urbano, prevede una compartecipazione pubblico/privato. Non so esprimermi sulla complessità della fattibilità, ma sicuramente si potrebbero realizzare significative sinergie con progetti che già insistono su quel complesso e/o che sono in itinere e che passano dalla formazione alla tecnologia tanto necessaria al comparto della telemedicina.

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Luigi Vercellino

Ambiente

PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO: UNA FASE DELICATA

Lo scorso 22 aprile a Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si sono svolti gli eventi celebrativi del centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso (insieme al Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise – novello “centenario” anch’esso.
Nel suo discorso ufficiale il Presidente Italo Cerise ha delineato in modo lucidissimo cosa è stato e cosa è diventato oggi il nostro Parco. Nato nel 1922 sul territorio che era stato riserva di caccia della Casa Reale Sabauda, ha avuto quale compito primario quella della tutela di specie a rischio di estinzione, lo stambecco in particolare.
Tutela quindi. Difesa, salvaguardia. Il Parco, anche attraverso le donne egli uomini del Corpo di Sorveglianza, ha eretto un muro a difesa della fauna selvatica (e della flora, ovviamente), contro tutti i pericoli che ne mettevano a repentaglio la sopravvivenza, ed in particolare contro il più devastante: il bracconaggio. Anni di lotta, in alcuni momenti di guerra vera e propria, con personaggi capaci di azioni straordinarie. Io l’ho toccato con mano, essendo stato mio nonno uno dei bracconieri più incalliti del primo dopoguerra.
Questa lotta, queste tensioni, unite alle politiche di tutela (e di divieti), non hanno fatto amare particolarmente il Parco da parte delle popolazioni valligiane. Il Parco era considerato un vincolo, un freno, un insieme di proibizioni. Nessuna possibilità di vederci una opportunità. Per molti, quindi, un Parco “nemico”. Ma questo nemico ha centrato l’obiettivo, in quanto lo stambecco non si è estinto, anzi è ormai diffuso in buona parte dell’arco alpino. E l’ecosistema tutelato dal Parco vanta una ricchezza pressoché unica. Un risultato straordinario, senza alcun dubbio.
Ma il Parco non è solo difesa e tutela, lo dice anche il suo Statuto: deve porsi in relazione con le popolazioni locali, coltivando progetti di sviluppo ambientale, culturale, sociale ed economico.
Faccio parte del Consiglio Direttivo del Parco ormai da quasi cinque anni, ed il principio dello “sviluppo locale” è stato il principale obiettivo strategico, accanto a quello della “tutela”, che il Presidente Cerise ha costantemente perseguito con grande abilità e professionalità. Italo è stato un ottimo Presidente. Di origine valdostana, è stato capace di gestire entrambi i versanti, piemontese e valdostano, con equilibrio ed equità.
Molti sono i progetti proposti da lui che io ed i miei colleghi Consiglieri, quasi sempre in modo unanime, abbiamo sostenuto, che hanno portato risorse concrete ai Comuni delle Valli. L’aria è cambiata, un Parco più “amico”, più vicino.
I prossimi mesi saranno di grande importanza, in quanto in estate scade il mandato del Presidente ed insieme ad esso quello del Consiglio Direttivo.
Sarà un passaggio molto delicato, in quanto Italo Cerise non è più nominabile per limiti normativi di numero di mandati. Ci sarà un altro Presidente, nominato dal Ministero, su intesa con i Presidenti delle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta.
Una regola non scritta prevede che questa volta tocchi ad un piemontese. Lo dico chiaramente, non ho velleità personali: anche se devo ammettere che ritengo il ruolo di Presidente assolutamente affascinante, la mia attuale professione non lo permette in quanto sarebbe normativamente incompatibile. Proprio per questa ragione mi permetto di esprimere alcune idee, sulla base della esperienza di questi anni, a proposito delle capacità che il nuovo Presidente dovrà possedere, chiunque esso sarà.
Capacità di ascolto. Come ho già sostenuto più sopra l’aria è cambiata e le popolazioni locali, come i vari stakeholders territoriali, si aspettano che il Parco sia un partner affidabile in termini di sviluppo prospettico. E’ necessario proseguire con questa attenzione nei confronti dei Sindaci, delle Associazioni, delle Aziende, delle persone.
Capacità gestionale. L’Ente Parco è un soggetto pubblico denotato da una caratteristica organizzativa complessa. Da un lato le regole di funzionamento (normativamente stabilite), dall’altra le donne e gli uomini che vi lavorano: la gestione non si improvvisa, soprattutto se consideriamo il fatto che il nostro è l’unico Parco con un proprio Corpo di Sorveglianza. Grande vanto, professionisti di grande valore, che oltre al Direttore ed agli altri Dirigenti devono ritrovare nel Presidente e nel Consiglio persone con sensibilità gestionali ed organizzative.
Capacità nelle relazioni istituzionali. Il Gran Paradiso è uno dei Parchi più importanti di Italia, se non il più importante. I rapporti con il Ministero, con le Associazioni di categoria, con gli altri parchi ed aree protette nazionali ed internazionali richiedono al Presidente la capacità di gestire e qualificare culturalmente le relazioni istituzionali.
Capacità amministrativa. Il Parco ha sviluppato in questi anni un numero considerevole di progetti, molti dei quali hanno ottenuto finanziamenti anche di notevole entità. E’ ora necessario mettere a terra questi progetti, realizzarli. Ed è necessario farlo con equità, lungimiranza, visione strategica, accortezza amministrativa, unitamente alla partecipazione condivisa con i soggetti partner.
Il prossimo futuro porterà a scelte, da parte dei soggetti istituzionali preposti, molto delicate. L’auspicio è che si possa proseguire sulla strada fin qui intrapresa, continuando a seminare per un raccolto ricco di opportunità per le nostre Valli e per il Canavese nel suo complesso.

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Luca Sgarbossa

Ambiente

ALZIAMO IL VOLUME DEL CANAVESE

Alcune settimane fa mi trovavo ad accompagnare un gruppo di escursionisti sul Monte Soglio, balcone naturale delle prealpi affacciato sul Piemonte, da cui si vede gran parte del nord ovest della nostra regione e si abbraccia quindi l’intero Canavese. 
Il gruppo che accompagnavo, nato dall’attività della neonata associazione Hikers di cui sono cofondatore, era composto da persone provenienti da un’area molto vasta del Piemonte: Torino, Casale Monferrato, Chivasso, Verbania, Alba per citare alcune delle città da cui la mattina di buon ora, erano partiti i partecipanti per raggiungerci sul punto di ritrovo, poco sopra Alpette. 

In me è sorta una sensazione con cui sto imparando a confrontarmi. In un’occasione del genere infatti mi sono sentito come se avessi organizzato una festa, uno di quegli eventi a cui tieni molto, che senti profondamente tuo. A cui, per esempio, hai invitato ad esibirsi un gruppo musicale che ascolti da quando sei piccolo, che suona pezzi che per te vogliono dire molto e a cui hai legati un’infinità di ricordi.

Bene, ora per quanto si stimi tale gruppo, sappiamo anche che a questa ipotetica festa costa partecipare, se non in senso strettamente economico perlomeno come impegno. Qualcuno dovrà svegliarsi presto, per giunta di domenica e attraversato mezzo Piemonte, vorrà cercare in questo evento soddisfazione per la propria giornata libera settimanale. Un giorno “Sacro” per via del fatto che è uno, dopo sei, che invece si dedicano ad ascoltare “rumore” obbligato del lavoro piuttosto che la “musica preferita” (se vogliamo continuare con il parallelismo con la festa).

Invitando quindi qualcuno a partecipare si inizia a sperare che ciò che gli si propone sia di suo gradimento. “E se poi non piace?” Dubbio in quei casi legittimo. 

Quando mi sono trovato a parlare con Federica Figliuolo di Hikers, l’associazione che meditava di fondare, e delle proposte di escursioni nel nostro Canavese, mi sono chiesto, con umiltà dovuta in questi casi, se la “musica” che da sempre mi piace, ovvero le bellezze e le opportunità delle nostre montagne, sarebbe stata gradita anche ad altri. Se proponendo le escursioni nella nostra zona avremmo soddisfatto il nostro pubblico. Se ciò che per me è sempre stato casa e consuetudine, per qualcuno poteva essere eccezione, novità e meraviglia. Se la gente accorsa sotto il palco delle nostre cime avrebbe ballato al ritmo dei nostri panorami o se ne sarebbe stata ferma in disparte pensando che sarebbe stato meglio dormire. Ebbene a giudicare dal risultato la melodia del Canavese incontra il gusto di molti che sono più che convinti che meriti svegliarsi presto e venire ad ascoltarla per una giornata intera, la più preziosa della settimana fra l’altro. Guardarsi attorno salendo da Mares verso la cima e vedere lo stupore e il gradimento negli occhi e nei commenti degli escursionisti con me, mi ha convinto ancora una volta che ci crediamo ancora troppo poco. Spaventati che la gente non balli sulle nostre note ci limitiamo a fischiettare le nostre bellezze fra noi e noi, senza condividerle. Un misto di paura e timidezza? Sfiducia nelle nostre risorse? Confesso che anche io talvolta ho dubitato da buon Canavesano ma non posso non riconoscere in tanti canavesani come me lo stesso sentimento. La mia vuole essere la testimonianza di una sonora smentita, la confortante conferma che abbiamo le carte in regola per invitare e soddisfare orecchie esigenti e intenditori proponendo loro luoghi, prodotti ed esperienze degne di essere promosse con maggiore convinzione e fiducia. 

Se è vero infatti che nasciamo in un contesto non abituato a contare sulle proprie attrazioni, ci si ricrede subito non appena ci si trova a provarci veramente. Si incontrano persone come Federica, come Silvia Russello, come Valerio Khrolenko anche loro cofondatori di Hikers. Persone che credono nell’esibire il Canavese e le sue bellezze. Una delle realtà che sono partite e crescono dal Canavese e si espandono in tutta Italia e oltre che mettono al pari di altri territori conosciuti e blasonati le bellezze Canavesane riscuotendo approvazione e consenso.

 Le nostre zone sono capaci di intrattenere, far divertire e vivere momenti indimenticabili al pari di posti che noi stessi canavesani siamo ormai rassegnati a considerare in qualche modo migliori. Non ci facciamo sentire, bisbigliamo il nostro meglio mentre altre aree d’Italia e d’Europa hanno preso coraggio e consapevolezza della propria voce e cantano a pieni polmoni ciò che hanno di bello da raccontare anche addirittura quando è meno di quanto avremmo potenzialmente da poter fare noi. 

Certo qualcuno potrebbe obiettare che in talune occasioni e in determinate situazioni abbiamo fatto sentire la voce delle bellezze del Canavese. Possiamo però parlare di un vero e proprio concerto? Un evento che faccia sentire gli spettatori parte di qualcosa di grande? O si tratta piuttosto di isolati “artisti” (qui nella nostra metafora impersonati da enti, associazioni, comuni ecc) che portano con grande sforzo la propria arte rischiando di suonarsi reciprocamente addosso sovrastandosi e coprendo l’un l’altro la propria esibizione? 

C’è bisogno di maggiore coordinazione, c’è bisogno di un direttore d’orchestra che coordini il tutto, che dia il tempo. C’è bisogno di uno sforzo corale e di un progetto, uno spartito comune cui ognuno, con il proprio strumento potrà dare contributo. 

Mi sono quindi convinto che dobbiamo credere di più in noi stessi, nel nostro territorio, risorse e prodotti, nei nostri strumenti, con modestia ma anche con la consapevolezza che abbiamo un pubblico che è pronto ad applaudire ciò che abbiamo da offrire. Abbiamo bisogno di una visione comune che renda il tutto musica e armonia e non caos o rumore. 

Alziamo quindi il volume, iniziamo a far sentire e diffondere le nostre bellezze, i nostri valori. Sono convinto che riceveremo l’applauso che merita la nostra terra. 

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Tiziana Adage

Canavesani nel mondo

Una LOSA in Canavese?

Lavorando da sempre nel settore farmaceutico, ed essendo originaria del Canavese, non posso che seguire con interesse l’esito dello studio di fattibilità condotto dal Consorzio Insediamenti Produttivi con sede nel Bioindustry Park di Colleretto Giacosa, e il contributo della Camera di Commercio di Torino, della creazione di un hub logistico riservato a questo settore.

Ha l’acronimo LOSA, il proposto centro LOgistico per la SAlute basato su un modello di distribuzione dei farmaci e dispositivi medici centralizzato a livello regionale, che concentri in un solo luogo tutte le attività attualmente distribuite in un gran numero di depositi decentralizzati gestiti dalle circa 300 aziende autorizzate del settore.

Della necessità di centralizzare la logistica della salute si parlava da tempo, ma è stata resa più evidente recentemente pandemia da COVID-19, che ha rappresentato una vera sfida per garantire una gestione efficiente dell’emergenza sanitaria e della puntuale distribuzione a ospedali e farmacie di medicinali, dispositivi di protezione individuale e kit diagnostici. In particolare, la distribuzione di vaccini necessita una grande capacità nel garantire il mantenimento della catena del freddo durante tutta fase di stoccaggio e distribuzione, la facile tracciabilità dei lotti distribuiti e la gestione delle scorte.

La possibilità della creazione di un primo centro logistico in Canavese che possa servire l’area nord-ovest del Piemonte, sarebbe un primo passo in questa direzione e consentirebbe di gestire in modo più efficiente la distribuzione di questa merce così preziosa per la salute della popolazione, e di partire meglio preparati nel caso di altre future emergenze sanitarie e sottolinea la posizione geografica strategica di questo territorio.

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Giuseppe Pezzetto

Politica

L'UNICA COSA DA CAPIRE ADESSO, E' CHE FINISCA

E’ una domanda che ci poniamo tutti, dagli esperti o pseudo esperti nei talk show, di cui nessuno per evitare di essere additato come non “politically correct” può contestarne l’adeguatezza, a noi semplici cittadini: “ma perché dopo due anni di pandemia siamo finiti nel bel mezzo di una guerra?”.
Siamo ancora storditi da anni fatti di paure, drammi, silenzi, fatiche, applausi, eroi e truffatori, trasformatisi poi in diffidenza, sospetto, ignoranza, in alcuni casi stupidità, con la costante di eroi e truffatori, passando dalla “solidarietà” al “sospetto” a kilometro zero.
Il virus prima ci ha aggrediti nel corpo, poi ci ha fiaccati nello spirito in un loop fatto di stop & go, passando dall’economia, alla mente e così via ondata dopo ondata dentro questo circolo vizioso acuendone il disagio sociale.
Eravamo convinti che fosse la volta buona per rialzarsi, per uscirne, ci credevamo chi più chi meno ma in fondo tutti lo speravamo davvero, ed ecco che scoppia una guerra. L’avevano detto: “finiamo in letizia le Olimpiadi Invernali (senza neppur includere le Paraolimpiadi)” e poi fuoco.
L’avevamo vissuta un po’ come gli annunci di una nuova serie su Netflix: “E’ in arrivo la nuova stagione di …” non abbiamo neppure capito il riassunto che l’Europa si è trovata in guerra, ma non su un video gioco o su una serie TV, no non ci troviamo nel “metaverso” qui la gente, la povera gente, muore davvero, le case vengono distrutte, le persone lasciano la loro vita per salvarsi la vita e fuggono, se possono.
Tutti viviamo un po’ dell’ipocrisia che le altre guerre in fondo non fossero cosa nostra, perché le guerre non si sono mai fermate. Lampante l’ipocrisia di parte della classe politica, (non saprei quale delle due parole conservare), guerrafondai folgorati sulla via di Damasco, pacifisti che diversificano l’attività vendendo armi, aiutiamo gli ucraini con le sanzioni, ma poi se ci staccano il gas? aiutiamoli con le armi: alla Camera si al Senato no … scelte sulla pelle della gente che vengono fatte leggendo i sondaggi giorno dopo giorno nel tentativo di accaparrarsi la fatua benevolenza di qualche cittadino in più. Un più 0,2 val bene una Messa!
Adesso, e vedremo quanto dura, è nuovamente scattata la molla della solidarietà, come subito dopo lo stordimento della prima ondata della pandemia, poi però è sopraggiunto l’individualismo e quasi un certo fastidio direi.
Una solidarietà a queste famiglie a queste donne e bambini che nasce dal basso, in modo spontaneo, senza bandiere. Anche nel nostro Canavese tante sono le iniziative, abbiamo un grande cuore. Loro hanno bisogno di cose materiali ma anche di affetto, e vivono tutti nella speranza di tornare quanto prima nelle loro case o in quello che resta, ma con la caparbietà di ricostruirle.
La speranza di tutti noi … che questa guerra finisca subito, per loro ma anche per noi.

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Fabrizio Bertoldo

Politica

LA CAMPANA DELLA COMUNITA'

Il mondo che stiamo vivendo oggi, dopo una pandemia e all’inizio di una guerra che ci lascia increduli, ha rivelato le falle di un sistema in cui l’individualismo e il successo personale contano più di ogni altra cosa. Il Covid ci ha tolto la socialità, i momenti con gli amici, gli scambi di opinione e le feste di paese buttandoci nella sicurezza della propria abitazione che però è diventata sempre più piccola e a volte scomoda. I fatti in Ucraina hanno tirato una sberla così forte da dover rivedere tante posizioni e notare la necessaria utilità di farsi forza tra gli Stati per contrastare l’orribile. Insomma, nonostante tutto, abbiamo bisogno degli altri.

Anni fa rimasi colpito dal logo che Olivetti scelse per il suo movimento politico. Raffigura un campana attorniata da un nastro con su scritto “Humana Civilitas”. Fui affascinato dal simbolo della campana che suona e richiama. Nei racconti si sente spesso del richiamo delle campane per scandire le ore di lavoro, per spegnere un incendio o per sapere che la guerra è finita. Non feci caso alle parole scritte sul nastro, il simbolo della campana rapì la mia attenzione. Oggi però quel nastro riaccende in me la volontà di scoprire quella storia olivettiana, quindi canavesana, in cui due semplici parole vogliono dire tanto.

Vedendo i fatti che stanno accadendo sento il richiamo di quelle parole in cui si alza forte il significato dell’impegno civico, nel lavoro o nelle nostre passioni e penso che l’idea di Olivetti ritorni ancora più intensa. Quante volte, nelle associazioni del territorio, ci siamo detti di fare rete? Quante volte ci siamo resi conto che da soli avremmo fatto troppo poco per raggiungere l’obiettivo prefissato? Forse in quei casi serviva qualcosa di più.

“L’idea fondamentale della nuova società è di creare un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura o dalla storia. “ Così inizia “L’ordine politico delle Comunità” scritto da Adriano Olivetti, l’opera che racchiude il concetto di comunità e tutti principi di una nuova e completa visione della vita di un territorio o di uno Stato.

Oggi più che mai abbiamo bisogno della comunità, perché ci siamo resi conto che da soli è tutto più complicato. Da quelle più ampie sovranazionali fino a quelle più piccole delle frazioni e borgate dei nostri paesi. Ci serve collaborare, progettare, risolvere in un’ottica di senso civico rinnovata e consapevole. Ci serve pensare che vicino alla nostra comunità, ne troviamo una simile disposta a collaborare unendo intenti e aprendosi al mondo. Ci serve, se non altro per renderci consapevoli che il nostro Canavese è una comunità di persone che vivono e promuovono un territorio ricco di storia e potenziale.

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Ombretta Bertoldo

Innovazione

LA SFIDA DELLA FORMAZIONE 3.0

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.

– “Che strada devo prendere?” chiese.

La risposta fu una domanda

– “Dove vuoi andare?”

Spesso si tenta di rispondere a questa domanda, nel mondo delle organizzazioni, in modi diversi. La formazione è una possibile risposta, che indica una strada percorribile, identificando mezzi a supporto per percorrerla.

Come parlare di formazione nel mondo attuale, senza cadere nei soliti cliché?

Partiamo da quello che sta accadendo a livello nazionale. La formazione è una delle voci più importanti contenute nel Pnrr-Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Una delle missioni del Pnrr riguarda le politiche per il lavoro, che ha a disposizione un fondo di circa 6,66 miliardi di euro, di cui 4,4 miliardi di euro per il triennio 2021-2023 specifici per la riqualificazione del personale.

Sicuramente un messaggio forte, che darà input per un investimento importante in crescita e riqualificazione.

Penso sia importante, però, non innescare meccanismi del tipo “ho soldi a disposizione, li uso” senza aver prima pensato bene al cosa e al come. Questo vale sia per le organizzazioni che organizzano i piani formativi sia per le persone che vogliono usufruirne.

Per “cosa” intendo, banalmente, ciò di cui si ha bisogno. Come essere umani, siamo tentati di utilizzare quel che c’è anche al di là di cosa serva realmente. Questo è molto bello dal punto di vista culturale perché implica poter spaziare e fruire anche di ciò che non è identificato come bisogno primario. D’altro canto, rischia di mettere in secondo piano il fatto che, quando studiamo qualcosa, tendenzialmente, lo facciamo per ottenere un obiettivo. Dovremmo, dunque, sapere da cosa partiamo e cosa vogliamo.

Il “come”, invece, implica chiedersi quale sia la modalità migliore per riuscire ad apprendere.

Come sapete mi piace leggere i dati ed analizzarli, quindi mi baso su alcune ricerche condotte proprio su come coinvolgere le persone attraverso programmi di formazione e sviluppo, che li aiutino davvero a crescere e acquisire competenze. Questo significa utilizzare modalità che siano veramente attrattive, fruibili e che osino uscire dai classici canoni.

Quello che emerge è che, negli ultimi anni, la formazione viene intesa nel senso più ampio di scambio tra i partecipanti, superando la classica modalità di trasferimento unidirezionale di conoscenze in aule predefinite, siano esse fisiche o virtuali, in momenti codificati. Per questo motivo, acquisiscono sempre più valore i momenti formativi che permettano il cosiddetto “bite – size learning”, cioè l’apprendimento “ a morsi”, brevi pillole di formazione semplici e veloci da fruire, inserite in alcuni momenti della giornata lavorativa e con format coinvolgenti. La cultura digitale ci insegna (nel bene e nel male) ad interiorizzare i contenuti in modo veloce ed intuitivo, utilizzando spesso le modalità audio e video. In tal caso, la formazione è un momento specifico in cui non si approfondisce un tema specifico, ma si fa una panoramica generica di cosa s’intende trattare. I momenti di approfondimento sono lasciati a momenti successivi, a cui parteciperà solo chi è veramente convinto di voler andare più a fondo, a quel punto dedicando risorse di tempo ed economiche. Parlo di risorse economiche perché, molto spesso, le “pillole” di formazione sono gratuite, gestibili tramite webinar, con poco materiale strutturato a supporto.

Il fatto di modulare i contenuti e suddividerli in diversi momenti risponde ad un’altra esigenza che emerge in modo prepotente: avere piani agili e flessibili, capaci di essere rimodellati per accogliere esigenze emergenti nel tempo, ad approfondimenti successivi. Questo porta ad una formazione personalizzata nelle scelte e nei contenuti, in cui il singolo sente che sono colte le proprie specifiche esigenze.

Un altro esempio interessante di format è quello del gioco. Si creano giochi, competizioni, nell’ottica di coinvolgere i partecipanti, assegnando loro delle piccole sfide e comparando i risultati.

Questo approccio, genericamente chiamato “gamification”, diventa ancora più interessante nel momento in cui molte delle interazioni avvengono in modalità virtuale. E’ provato che l’attenzione verso un interlocutore che parla attraverso il filtro del monitor, anche se visibile attraverso webcam, dura massimo 3 minuti. Trovare il modo di mantenere l’interazione ed il coinvolgimento diventa, a tutti gli effetti, uno degli ingredienti fondamentali affinché l’intervento formativo abbia successo.

Io penso che tutte queste modalità siano da comprendere e sperimentare…potrebbero esserci delle belle sorprese e ci potrebbe sentire più protagonisti sia nel creare contenuti sia nel fruirne!

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Tiziana Adage

Canavesani nel mondo

IL CANAVESE VISTO CON OCCHI DA STRANIERO

La prima volta che ho lasciato l’Italia per un periodo di tempo significativo è stato per lavorare nel nord dei Paesi Bassi, per quello che doveva essere un periodo di sei mesi, che sono diventati dieci, e con un breve ritorno, si sono trasformati in quattro anni e mezzo.
I primi fine settimana li ho passati a esplorare le bellezze naturalistiche della zona vicino a Groningen, tra cui la foresta di Asserbos, di cui vanno molto fieri. Ho capito più tardi il motivo, ma per me sembrava strano camminare tra alberi che, seppure molto vecchi, erano stati chiaramente piantati dagli esseri umani e non avevano nulla della varietà di specie arboree e del sottobosco a cui ero da sempre abituata camminando nei boschi vicino alla frazione di Cuorgnè dove ero cresciuta.
La seconda sorpresa l’ho avuta al primo rientro per Pasqua. Mio padre venne a prendermi all’aeroporto di Caselle, e rientrando a casa, dopo aver abbracciato mia mamma, voltandomi sono rimasta stupita della maestosità della Quinzeina con la cima ancora un po’ innevata.
Era sempre stata lì, tutta la mia vita, e non l’avevo mai veramente notata. Erano serviti circa tre mesi in una nazione dove il punto più alto è poco più di 300 metri sul livello del mare per accorgermi che ero cresciuta circondata dai monti.
Perché vi racconto tutto questo?
Il Canavese ha bellezze naturalistiche incredibili e uniche non solo per l’Italia, ma anche per tutta Europa e forse chi ci vive, se pur apprezzandole, non ne capisce l’infinito valore.
Ho amici olandesi, inglesi e tedeschi che impazzirebbero per i borghi di montagna, le colline coperte di vitigni, e i sentieri tra boschi e laghi.
La recente pandemia, che ci ha limitato di molto gli spostamenti soprattutto a fini turistici, ha fatto rivalutare a molti i luoghi più vicini a casa. La necessità di godere delle piccole cose, di un buon bicchiere di vino, di cibi magari poco esotici, ma genuini.
Ma non è solo la pandemia che ha cambiato le scelte turistiche. Il desiderio di passare le vacanze e il tempo libero in modo più sostenibile e green è sempre più diffuso, specialmente tra i giovani. E l’instaurarsi in molti settori della possibilità di lavorare in remoto ha spinto molti a spostarsi dalle città per potere nuovamente godere della natura e della possibilità di vivere in una casa, e non in un micro-appartamento. E non credo questa tendenza scomparirà.
Conosco persone che scelgono di trasferirsi, almeno per una parte dell’anno, a vivere e lavorare in altri posti. Per combinare il lavoro quotidiano online, con il piacere di vivere in un ambiente ricco di bellezze naturalistiche da scoprire dopo il lavoro e nel tempo libero.
IL Canavese ha moltissimo da offrire in questo senso, anche per la vicinanza a grosse città come Torino e Milano.
È solamente necessario guardarlo con occhi da straniero per capirlo.

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Giuseppe Pezzetto

Cultura

IVREA CAPITALE DEL LIBRO

Ci sono notizie che devono farci sentire orgogliosi di essere canavesani, sicuramente una di queste è quella giunta in queste settimane ed annunciata dal Ministro della Cultura, Dario Franceschini, che ha confermato che quella che era una speranza è diventata una realtà: Ivrea e tutto il suo territorio hanno vinto la sfida e sono stati scelti come luogo deputato per essere in questo 2022 Capitale Italiana del libro.

Un plauso va al Sindaco della Città di Ivrea Stefano Sertoli e a tutti i collaboratori che hanno raccolto questa sfida e credendoci sono riusciti a vincerla. Quella che era una speranza è diventata realtà e questo dimostra come ancora una volta il nostro territorio, se ci crede, sia in grado di raggiungere traguardi importanti.

Bello leggere le prime dichiarazioni del Sindaco Sertoli che ha parlato non solo di Ivrea, ma di opportunità per tutto il Canavese, della volontà di fare rete e sistema su un evento di prestigio che può e deve essere il primo tassello per un rinascimento in un ambito fondamentale come quello della Cultura.

Ivrea, già scelta dall’Unesco (così come un altro luogo caro ai Canavesani, il Santuario di Belmonte, era stato insignito di questo importante attestato internazionale), raccoglie il testimone da Vibo Valentia Capitale del libro nel 2021.

Bello sapere che il dossier che è stato presentato per la candidatura e che è risultato vincente si è sviluppato sul concetto di “Comunità” di Adriano Olivetti. Un pensiero di Società oggi estremamente attuale, e che traccia linee guida adattabili alla trasformazione che anche la digitalizzazione sta portando sempre più rapidamente nei diversi ambiti delle nostre società. Una trasformazione che deve essere guidata e non vissuta soltanto come evoluzione tecnologica in senso stretto, ma come elemento di visione e costruzione di nuovi concetti di Comunità inclusivi.

Tanti percorsi che si stanno muovendo verso obiettivi comuni partendo da punti diversi: penso ad esempio al progetto ICO Valley, e a quello del giovane Stefano Zordan con la sua OLI l’Academy sulla Leadership Adattiva portata da Harvard in Italia e che proprio in un luogo di cultura caro ad Adriano Olivetti ha trovato la sua sede, senza peraltro dimenticare che l’acronimo OLI sta proprio per Adriano Olivetti Leadership Institute. Percorsi, ne ho citati due ma sono molti di più, che hanno come obiettivo comune quello di riscoprire e rinnovare le potenzialità proprie del DNA del nostro Canavese ed esportarle in molte diverse geografie.

Quindi che la notizia di Ivrea capitale nazionale del libro 2022 non può che fare del bene al nostro territorio, una nuova sfida che sono certo sapremo cogliere, un tassello in più in un mosaico che si sta ricomponendo.

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Silvia Leto

Politica

LA POLITICA PER RILANCIARE UN TERRITORIO

“L’uomo sia per natura un animale politico” e ciò significa che l’uomo per natura è legato ad una vita comunitaria con altri individui inseriti in un contesto più ampio che è la “polis” (termine dal quale deriva la parola politica). Questa considerazione personale mi ha spinto ad avvicinarmi alla vita amministrativa della mia città, Cuorgnè, e nel 2011 ho iniziato la mia avventura come consigliera di maggioranza e poi come Assessore del comune di Cuorgnè.

Questa importante esperienza mi ha aperto gli occhi sulle potenzialità del Canavese, ma anche sui suoi problemi. Da tempo ormai si evidenzia una situazione statica, un territorio che con estreme difficoltà riesce a rinnovarsi, che rimane ancorato al periodo tanto fiorente del settore metalmeccanico. La necessità evidenziata dalla mia esperienza è quindi di una visione prospettica a 360°, in cui si mettano in risalto le potenzialità e si ritorni a competere con i sistemi territoriali limitrofi (vedi Torino, Biellese, Valle d’Aosta ecc.).

Come ottenere questo cambiamento assolutamente necessario?
Ho sempre pensato che impegnarsi per la comunità rappresenti un elemento fondamentale per dare una svolta ad un territorio. Oggi più che mai il nostro territorio necessita di impegno e nuova progettualità creativa per dare rilancio e lustro al Canavese. Impegnarsi per creare un luogo positivo, piacevole da vivere e con opportunità di lavoro, deve essere l’obiettivo fondamentale per mantenere ed attrarre eccellenze in un territorio.
Queste a loro volta sono elemento indispensabile per la sopravvivenza del territorio stesso. La qualità della vita, il livello di benessere, la condizione socio-culturale, lo stato dell’economia e delle infrastrutture, la valorizzazione dei beni artistici e ambientali, sono tutti elementi che fanno di un territorio un luogo attrattivo, un modello, un progetto di rilancio per la vita delle persone e per la permanenza delle imprese.
Per realizzare tutto questo è di fondamentale importanza “l’habitat politico, economico e istituzionale”. Il connubio favorevole o sfavorevole di questi elementi possono influenzare pesantemente tutti gli abitanti e con essi lo sviluppo o la decrescita del territorio. Il territorio come tale non può essere considerato solo in relazione ad una o poche realtà, ma va considerato nel suo complesso e in tutti i suoi aspetti.
Per una buona riuscita è necessario lavorare in “compartecipazione”, come persone appartenenti ad una stessa squadra, tralasciando le visioni campanilistiche e raggiungendo una visione d’insieme per ripensare ad un territorio esteso e unito.

Il cambiamento è possibile, ma deve partire da ognuno di noi. Siamo tutti fondamentali.

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Andry Verga

Cultura

IL CANAVESE NELLE IMMAGINI

Riprendo il discorso dal mio precedente articolo, entrando più nello specifico dei progetti che ho sviluppato in questi anni e che hanno avuto con sfumature diverse al centro sempre il Canavese. Non voglio autocelebrarmi e so che molti lavori oltre ai miei sono stati fatti, un patrimonio di immagini e storie da cui attingere per conoscere meglio i luoghi e i personaggi di questa nostra bella terra e da divulgare per farla apprezzare fuori dai nostri confini, e con l’iniziativa dell’HUB Canavese al Centro, stiamo lavorando per definire uno specifico contenitore da cui facilmente poter attingere a questi lavori e renderli condivisibili.

Tornando alla mia produzione, voglio ricorde il documentario su Guido Gozzano (Guido Gozzano, dalle Golose al Meleto), su Arduino (Re Arduino, Sans Despartir), sulle streghe di Levone (Heresìa), ma anche documentari più classici, dov’è il territorio ad essere protagonista come “Canavese, terra di Sapori”, “Il Priorato di Santo Stefano di Candia Canavese” e “Belmonte, un Patrimonio da scoprire”.

Negli anni il Centro Etnologico Canavesano (C.E.C.) nella figura di Amerigo Vigliemo ha raccontato il Canavese attraverso i canti popolari. Proprio filmando il coro Bajolese abbiamo realizzato un documentario che ripercorre le orme dei nostri avi e sopratutto rende omaggio al meticoloso lavoro di ricerca che con passione Amerigo ha portato avanti.

Per far conoscere queste produzioni abbiamo organizzato numerose proiezioni pubbliche che hanno toccato molti comuni canavesani. e che speriamo di riprendere quanto prima. Le serate si articolano con una presentazione iniziale dove si racconta il progetto e i motivi che hanno spinto a realizzarlo. Si prosegue con la proiezione su grande schermo terminando con alcune parole dell’ospite o delle associazioni che hanno collaborato con noi al progetto.

Coinvolgendo la popolazione e le amministrazioni locali abbiamo portato l’audiovisivo a supporto del territorio facendo in modo che la cultura passi attraverso le immagini, i suoni e le parole.

All’interno del documentario, il modo di raccontare e narrare è semplice e diretto. Una regola comunicativa che tengo sempre a mente, così che tutti possano comprendere avvenimenti e vicende in modo chiaro pur non conoscendo spesso l’argomento, e posso garantirvi che lo stupore nel rendersi conto di quanto sia ricco culturalmente il nostro Canavese, lo si legge negli occhi degli spettatori.

Continuando ad osservare il territorio e la sua gente non è possibile non imbattersi in una delle più importanti manifestazioni di storia collettiva, ovvero il Carnavale di Ivrea. Dedicando anni allo studio e alla preparazione di questo documentario mi sono reso conto di quanta storia racchiuda.
Un concentato di epoche che strato dopo strato viene messo in scena ogni anno tra le vie di Ivrea, e che speriamo possa tornare quanto prima. Nasce così “La Festa dello Scarlo e Violetta, la leggenda”, un libro un documentario e un cortometraggio che rende omaggio allo Storico Carnevale di Ivrea.

Ci sono poi delle situazioni in cui il documentario sfocia nella pura finzione, dove i fatti reali si fondono in storie romanzate e dove la cretività prende il posto della realtà.

Nasce così il cinema.

Nel mio piccolo ho avuto modo di realizzare un lungometraggio che ha preso spunto proprio da storie canavesane sceneggiate da Ilario Blanchietti curando anche i dialoghi in lingua originale, ovvero il canavesano!

“La stagione dei gusci di noce” è un salto nella vita e nei problemi di inizio 900, una storia che accompagna lo spettatore a rivivere le atmosfere della cruda realtà della vita contadina in Canavese alla fine della Grande Guerra.
Nel presentare questo filmato lo abbiamo promosso come “un’importante risorsa da custodire, studiare, valorizzare e trasmettere, per guardare al futuro con le conoscenze del passato.”

Questo è un esempio di come le docu-fiction e i documentari in genere possono non solo arricchiere il proprio bagaglio culturale, ma possano essere un vero e proprio veicolo di divulgazione e testimonianza verso le generazioni future.

Il Canavese mi ha sempre regalato spunti di riflessione e ancor oggi dopo diverse produzioni alle spalle continua a sorprendermi con storie, personaggi e vicende che ancora non conoscevo, rendendo stimolante la continua ricerca per nuove produzioni.

Il territorio negli ultimi anni ha anche avuto un rilancio turistico interessante, amministrazioni locali, istituzioni ma anche semplici cittadini hanno riscoperto il valore storico, artistico e cuturale del Canavese. La promozione dei prodotti tipici legata alla gastronomia e alla viticultura hanno portato molte realtà a credere di più nei prodotti locali rilanciando l’offerta turistica e migliornado l’accoglienza, spesso i più non sanno, ma molto è il materiale divulgativo che gira sulla rete.

Questo rilancio è stato supportato da un video promozionale che ho avuto il piacere di realizzare per conto del Gruppo Turismo di Confindustria Canavese. “Canavese, lasciatevi sedurre” è una vetrina di quello che il nostro territorio sa offrire. Arte, cultura, storia, eventi, prodotti tipici, sport e natura tutto racchiuso in pochi minuti. Un linguaggio, quello del video “breve”, che deve rispettare certe regole legate alla fruizione dei contenuti nel mondo web.

Questa riflessione mi porta ad una conclusione: oggi tutto deve essere veloce e immediato, in caso contrario non viene preso in considerazione. L’eccessivo affollamento di contenuti multimediali spinge a una visione rapida e continua senza soffermarsi troppo sui contenuti dei video proposti. Questo è un cambiamento che da anni la società ci impone, ma che sta a noi saper controllare e gestire.

Per esempio, quante volte siamo attirati da un fast food fatto di un veloce hamburger, magari mangiato su un affollato tavolino di plastica? La sera stessa però vorremmo goderci un piatto di polenta di fronte al fuoco di un camino, bevendo un bicchiere di vino con i nostri amici…

Tutto questo è oramai nelle nostre abitudini, sta a noi trovare il giusto equilibrio, un equilibrio che esiste anche quando si realizza un audiovisivo, un video non deve essere troppo lungo per non annoiare ma neanche troppo veloce per non essere capito.

In questa confusione, in attesa di renderli fruibili attraverso l’HUB Canavese al Centro, Vi lascio con due proposte così da poter “assaggiare” e riflettere su quello che ho cercato di spiegarvi, dove il fattore comune resta RACCONTARE IL CANAVESE ATTRAVERSO LE IMMAGINI.

“Canavese, lasciatevi sedurre” https://youtu.be/3cLSP5nFNYI
“La stagione dei gusci di noce” https://youtu.be/27mZNyPjc18

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Elisabetta Tamietti

Ambiente

ABBIAMO TUTTI BISOGNO DI UN PAESE IN CUI TORNARE

Abbiamo tutti bisogno di un paese in cui tornare, un po’ come diceva Cesare Pavese nella “luna e i falò”, lui era innamorato delle sue Langhe e io del verde Canavese.
Un amore intenso trasmesso da mio padre, romano di adozione ma canavesano di nascita e di cuore. E io, che vivo e sono nata romana, appena posso fuggo a Castelnuovo Nigra (Sale) tra le mie montagne.
Le mie montagne fotografate centinaia e centinaia di volte ogni mattina, ogni sera, al tramonto, sempre la stessa foto, scattata come per bloccare un’emozione che potrebbe sfuggire o essere dimenticata …. e che invece non viene mai dimenticata e le mie montagne sono sempre lì ad aspettarmi con la loro maestosità .
In estate venivamo nella casa dei miei nonni, una casa antica, che ci faceva vivere una vita completamente diversa, ma per noi era un divertimento infinito fare il bagno nella tinozza o rimanere in giro nel paese fino all’arrivo della notte era una libertà rubata; quando mi chiedevano “Ma tu da Roma vieni a fare le ferie a Sale? Sei matta?! “Capivo che il mio amore, che fortunatamente sono riuscita a trasmettere anche alle mie figlie, era ed è un amore profondo, un amore per i miei antenati, un “amore famiglia” fatto dì radici e sentimenti.
Ricordi lontani mi tornano alla mente quando durante l’inverno a Roma sentivamo il profumo di erba tagliata ci guardavamo e insieme esclamavamo “profumo di Sale !!!“
Devo dire però che nell’età matura e grazie ad amici cari che sono riuscita ad apprezzare maggiormente le meraviglie di questo territorio pieno di storia, di natura , di panorami mozzafiato, di balconi naturali dove il tuo sguardo si perde sulle valli sottostanti ma soprattutto fatto dì piccole realtà, di persone che si mettono in gioco con dedizione e coraggio, cercando di trasformare in qualcosa di nuovo il nostro Canavese. Ho sempre pensato che tutto questo debba essere canalizzato verso la rinascita di un territorio da far scoprire, specialmente ai turisti stranieri, pieno di sfide e opportunità ed è con grande piacere che salto anch’io in questa nuova avventura.

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Andry Verga

Cultura

IMMAGINI CHE CI RACCONTANO

Quando ti guardi attorno scopri che ogni cosa ha una sua storia; un paese ha la sua storia, una persona ha una sua storia, un edificio ha una sua storia e sento che tutto questo deve essere raccontato, condiviso. Per mestiere e soprattutto per passione, in giro per il Mondo o nel mio Canavese, che ha molto da raccontare, da 25 anni faccio questo con le immagini: ricostruisco, documento, testimonio.

A pochi passi da casa mia diversi anni fa mi sono imbattuto in una storia da brividi accaduta agli inizi del 1800 e ai più sconosciuta: un giovane omicida venne condannato a morte dopo aver confessato atroci delitti. Nasce così una delle più famose leggende di cronaca nera del Canavese e la mia docu-fiction “Giorgio Orsolano, la Jena di San Giorgio” che esce nel 2003.

Negli anni cresce questa mia voglia di raccontare la nostra terra e nascono sotto questo “segno” diversi progetti, come il documentario su Guido Gozzano (Guido Gozzano, dalle Golose al Meleto), su Arduino (Re Arduino, Sans Despartir), sulle streghe di Levone (Heresìa), ma anche documentari più classici, dov’è il territorio ad essere protagonista come il “Canavese, terra di Sapori”, oppure “Il Priorato di Santo Stefano di Candia Canavese” e “Belmonte, un Patrimonio da scoprire”.

Il denominatore comune è sempre il Canavese, con i suoi personaggi e le sue storie. Un luogo che sa offrire una moltitudine di panorami, vedute e ambienti molto suggestivi da filmare passando dai numerosi laghi calmi e piatti alle montagne innevate, dalle colline fitte di vegetazione alla più tranquilla pianura. Si susseguono spledidi tramonti a nuvole minacciose passando da vallate abbandonate a vivaci e colorati paesi.

Tutto questo è solo il contorno, la cornice, poi ci sono gli abitanti di queste terre… Ed è sopratutto la storia di chi la vive a creare l’identità di un territorio.

Costuire questi percorsi vuol dire approfondire, ricercare, entrare nella storia per ricostruire quel determinato periodo storico, quel Canavese che è sì storia, ma anche futuro. Vuol dire coinvolgere in questa avventura tante persone che si appassionano, che vivono con me quella storia. Da soli non si andrebbe da nessuna parte: senza il supporto di ognuno, senza il coinvoglimento anche emotivo di un gruppo alle immagini mancherebbe un’anima.

Inizio questo mio percorso di collaborazione con gli amici di Canavese al Centro, in cui proverò a trasmettervi un pò alla volta le sensazioni che provo quando torno nella mia terra, il Canavese. Condivideremo le immagini e le storie che ho già documentato e le molte altre che abbiamo ancora da scoprire, con l’obiettivo di conoscere e farci conoscere all’esterno attraverso nuove teconologie che raccontano storie e luoghi concreti da venire a vivere.

Abbiamo molto da dire e offrire, ma dobbiamo crederci convintamente.

Ecco, questo è il mio piccolo contributo ad una terra che amo e in cui ritorno volentieri, quando spesso mi allontano per molto tempo per ragioni di lavoro. Un work in progress che costruiremo insieme strada facendo.

Alla prossima puntata, si comincia !
Un saluto, Andry

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Ombretta Bertoldo

Sociale

LAVORO, COME SIAMO E COME SAREMO

Mi piace parlare dei fenomeni psico-sociali, osservarli e discuterne da diversi punti di vista, in particolare, con i due che rispecchiano le modalità con cui funziona il nostro cervello. Si tratta della modalità fatta di intuizioni, intenzioni e sensazioni e di quella analitica, orientata ai dati. Prendendo spunto dal premio Nobel Daniel Kahneman, possiamo parlare di due sistemi cognitivi: il sistema 1, quello dei pensieri “veloci e intuitivi” e il sistema 2, quello dei pensieri “lenti e analitici”. Fatta questa premessa, è interessante provare ad affrontare alcuni paradigmi del mondo del lavoro attuale e del suo cambiamento, provando ad andare “oltre il sistema 1”. Mi spiego. Se qualcuno vi parla, ad esempio, di “Millennials”, “generazione digitale” o “Baby Boomers”, probabilmente si formano in noi alcune immagini stereotipate, evocate dal nostro sistema di intuizioni e credenze non approfondite (il sistema 1). E’ probabile che molte di queste siano veritiere, mentre altre possono essere smentite dai dati.
Questa volta voglio utilizzare il sistema 2, cioè portare statistiche e dati tratti da varie ricerche. V’invito, alla fine di questo breve articolo, a provare a confrontare le immagini che avevate inizialmente con i dati descrittivi: quanto eravate vicini, con l’intuizione, a cogliere le specificità dei fenomeni?

Iniziamo dalle definizioni.
Baby Boomers: sono i figli del “baby boom”, coloro che hanno vissuto il periodo della ripresa economica e del boom demografico successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono i nati tra il 1945 ed il 1965. È la generazione delle rivoluzioni culturali, delle lotte per i diritti civili, del movimento hippie, della rivoluzione sessuale, del pacifismo, del femminismo e del rock. Sono orientati al lavoro e alla carriera, ambiziosi, con redditi mediamente elevati, ma anche con una grande predisposizione al risparmio.

Generazione X: nati indicativamente tra il 1966 ed i 1980, hanno vissuto eventi storici epocali come la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Rispetto alla generazione precedente hanno un’apertura mentale maggiore verso le “differenze” di genere, razza, sessuale e sono i primi ad essere cresciuti con le nuove tecnologie, dando il via all’era di Internet.

Generazione Y, i “Millennials”: nati tra il 1981 e il 1995, sono coloro i quali maggiormente vengono visti come precari, “bamboccioni”, poco dediti al lavoro (secondo le credenze del sistema 1).

Generazione Z, i nati tra il 1996 e il 2010, anche chiamati “Centennial”, “Digitarian”, “Post-Millennial”, cioè la prima generazione nativa digitale, con diffuso utilizzo di Internet sin dalla nascita.

Dai dati di varie ricerche condotte su più di 4.000 laureati in 75 Paesi si ricavano informazioni utili per definire meglio i Millennials impiegati o prossimi ad entrare nel mercato dei lavoro, nello specifico terziario e dei servizi. Da lì si può partire per qualche confronto anche con la generazione successiva, quella Z. Quest’ultima non è ancora interamente inserita nel mercato del lavoro, ma sarà il target del futuro, quello che nei prossimi anni influenzerà di più le strategie di digital marketing delle aziende.

Nel 21° secolo, la maggior parte delle organizzazioni si attiene a un modello rigido sia per quanto riguarda l’orario di lavoro (fisso e non flessibile) sia per il luogo (predeterminato, tipicamente l’ufficio). Tuttavia, ci sono prove che i dipendenti sono più produttivi se hanno una maggiore autonomia su dove, quando e come lavorano.
I Millennials, in particolare, vogliono essere in grado di lavorare nel modo più adatto a loro. Il loro ampio uso della tecnologia fa sì che il confine tra lavoro e casa sia sempre più sfocato. Le ricerche indicano, però, che molti preferirebbero lavorare in ufficio in modo da avere un’interazione, piuttosto che essere da soli. Gli uffici sono visti come spazi di incontro, piuttosto che un luogo fisso per il lavoro. Un ambiente a misura di Millennial può essere completamente digitale, ma deve anche essere comodo e creativo. I Millennials si aspettano di lavorare sodo, ma non vogliono stare seduti in un banale cubicolo tutto il giorno. Il 65% degli intervistati ritiene che gerarchie rigide e stili di gestione obsoleti non riusciranno ad ottenere il massimo da loro e il 46% pensa che, di solito, i manager delle altre generazioni non capiscano il modo in cui la tecnologia possa essere utilizzata al meglio nel lavoro.
Per i lavoratori Millennials è più importante essere premiati per il raggiungimento dei risultati piuttosto che dal numero di ore che lavorano, mostrando di cercare una buona work – life balance. Questo aspetto è quello che spesso li fa definire poco dediti al lavoro, quando, invece, si tratta solo di un diverso modo di lavorare, ma non per questo meno operoso.
Questa concezione del lavoro si traduce anche in risposte precise in merito ai meccanismi motivazionali che muovono i Millennials nella ricerca di un posto di lavoro.
La retribuzione non è al primo posto, bensì al secondo, dopo la possibilità di far carriera e quasi a pari merito con la formazione, seguita dalla presenza di benefit (ad es welfare o sistemi premianti non economici) e dalla possibilità di avere un reale bilanciamento di vita privata e lavorativa. Agli ultimi posti delle preferenze ci sono il settore per cui opera l’azienda per cui si andrà a lavorare e il setting di valori che l’organizzazione incarna. Come aspetto a corollario emerge come solo il 4% degli intervistati dichiari che lavorerà per un unico datore di lavoro fino alla pensione, mentre, mediamente, ritengono che cambieranno da 2 a 5 realtà nell’arco della vita lavorativa.

Per quanto riguarda la Generazione Z, si iniziano a rilevare alcune differenze rispetto ai Millennials.
Si può affermare che quei giovani rivalutino l’aspetto valoriale che l’organizzazione incarna, legando questo aspetto soprattutto alla ricerca e promozione del “green” in tutte le sue sfaccettature. Aumentano ancora il livello di digitalizzazione, oltre che la ricerca di mobilità (sia come cambio di aziende sia come esperienze in altri paesi) e lo spirito imprenditoriale. Si tratta di persone, in generale, meno conservatrici, meno fedeli all’azienda di appartenenza, ancora meno interessate a programmi strutturati e formali di formazione e crescita.

Sicuramente le organizzazioni dovranno spingere sempre più per essere attrattive verso questi nuovi lavoratori, tenendo presenti questi dati di base per poi personalizzare le proprie strategie di attraction & retention, anche utilizzando gli spunti del sistema cognitivo 1, che può rendere creativi e, talvolta, disruptive i vari piani di azione.

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Tiziana Adage

Canavesani nel mondo

LA SCIENZA HA FALLITO ?

Da canavesana che vive all’estero da parecchi anni, ha destato interesse l’iniziativa “Canavese al Centro” di cui ho letto, e anche per sentirmi più vicina ad una terra che amo e che mi manca ho deciso di aderire e dare il mio contributo, sia per consolidare il mio rapporto con il territorio, sia per offrire punti di vista da prospettive diverse.

Inizio con un articolo attinente al mio lavoro, sono una biologa e farmacologa che lavora da sempre allo sviluppo di nuovi farmaci, cercando di fornire elementi oggettivi e mie considerazioni che si basano su quello che è il mio osservatorio di ricercatrice.

Quando la corsa al vaccino contro il SARS-CoV-2 è iniziata per me è stato subito chiaro che nella lotta contro il tempo avrebbero vinto i vaccini a mRNA. La tecnologia era più che matura, i dati sul genoma del virus venivano generati e condivisi in tempo reale, e una conoscenza dettagliata di quella classe particolare di coronavirus si era acquisita nelle recenti epidemie mondiali di SARS-Cov-1 e MERS nel 2003-4 e 2012, rispettivamente.

Avevo persino, scherzando, scommesso sul vaccino di Moderna. Peccato non aver fatto seguire le parole con azioni, in questo caso comprandone.
Ho seguito con il fiato sospeso gli annunci delle agenzie, e mi sono meravigliata della collaborazione mondiale, degli investimenti economici fatti, e dal fatto che tutte le riviste scientifiche, senza distinzione offrissero la pubblicazione immediata e senza costi di qualunque studio che trattasse di SARS-CoV-2 o della malattia da esso causata, il COVID-19.

Il numero delle pubblicazioni scientifiche quotidiane cresceva in modo esponenziale, in modo simile alla curva di contagio del virus, portando conoscenza e nuove domande, come é normale prassi nel mondo scientifico. I dati venivano scambiati, discussi, alcuni studi ritirati post pubblicazione, perché ritenuti dagli specialisti condotti in modo non appropriato, senza i controlli adeguati, o semplicemente incompleti (processo di peer-review), compensando per la necessità di essere veloci senza perdere qualità.

Le agenzie regolatorie responsabili di controllare il dossier con tutti I dati di produzione, qualità, sicurezza non-clinica e clinica dei prodotti farmaceutici o biotecnologi si sono rese disponibili di analizzare e dare un riscontro alle aziende produttrici dei nuovi vaccini in tempo reale, attivando quella che in inglese si chiama rolling review. In questo modo non si sarebbe perso nemmeno un giorno più del necessario.

E tutto questo sforzo ha dato l‘esito aspettato. Nel dicembre 2020 l’agenzia regolatoria americana FDA ha dato l’autorizzazione d’uso in emergenza (EAU) al primo vaccino, quello di Pfizer-BioNtech, che dall’agosto del 2021 ha ottenuto l’approvazione definitiva. L’autorizzazione americana e ‘stata seguita a ruota da quella dell’agenzia Europea (EMA) e poi a cascata dai singoli stati membri.
I siti di produzione approvati a livello mondiale continuano ad aumentare per garantire che le dosi necessarie a tutti vengano prodotte in tempi accettabili.

Ad oggi quattro vaccini per il COVID-19 sono autorizzati in Europa (Comirnaty della BioNTech e Pfizer; Spikevax di Moderna; Vaxzevria di AstraZeneca e quello di Janssen), un altro ha fatto domanda di entrata in mercato (il Nuvaxovid di Novavax) e altri quattro sono in rolling review.

Allora perché, nonostante quello che dal mio punto di vista non può che essere annoverato come un successo senza precedenti della scienza e della collaborazione internazionale c’è diffidenza, timore rifiuto? Mancanza di fiducia in chi ha lavorato giorno e notte per offrire una soluzione?

Credo che se la scienza ha avuto successo nel mantenere le proprie promesse, chi l’ha tradita siano gli uomini e le donne che la scienza la praticano senza saperla spiegare.
Ho assistito con orrore a informazioni scientifiche date in pasto al pubblico in modo incompleto, superficiale quando non addirittura errato, nel tentativo di semplificare concetti ritenuti troppo complessi. Ho ancora un paio di capelli bianchi di più dopo aver visto su volantini informativi ufficiali la spiegazione…’ l’mRNA, un pezzo di DNA…’.

Chiudo quindi questo mio sproloquio chiedendovi di avere fiducia nella scienza, nel suo processo di continua revisione, e nelle decisioni delle autorità regolatorie. Se avete dubbi chiedete spiegazioni, imparate, cercate tra le tante voci chi le spiegazioni sa darvele in modo semplice e chiaro, ma corretto.

Il Canavese ha la fortuna di avere un sito di eccellenza internazionale per innovazione, il Parco Scientifico Tecnologico Bioindustry Park, che attrae talenti nazionali e internazionali. Mi auguro che i giovani canavesani accolgano la sfida e si appassionino alle scienze, magari scegliendo di iniziare un corso di studi scientifici al Liceo Aldo Moro di Rivarolo Canavese, dove anche io ho iniziato il mio cammino.

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Giuseppe Pezzetto

Economia

CUNEVESANI

Solitamente si usa comparare modelli economico/sociali di altri Paesi, di luoghi lontani sia fisicamente che culturalmente, per evidenziare quei territori che meglio di altri sono stati maggiormente resilienti ad eventi epocali.
In questo ultimo decennio abbiamo avuto purtroppo la possibilità di toccare con mano il significato vero della parola “resilienza”: prima con una crisi economica globale senza precedenti, non dimentichiamolo, che possiamo fissare come data d’inizio usando come riferimento l’articolo del Wall Street Journal di lunedì 15 settembre 2008 – la testata titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi» e poi tutti sommersi da questa logorante pandemia che da sanitaria si è trasformata in economica con un effetto pendolo che non si è ancora fermato.
Da tempi non sospetti, direi addirittura ante crisi, cerco di portare all’attenzione di chi abbia voglia di leggermi, ed ascoltare, un modello: un territorio del tutto simile al nostro, geograficamente, antropologicamente e culturalmente, e non da ultimo, a noi molto vicino. Una zona che ritengo, su diversi piani, un esempio a cui tendere e con cui confrontarsi, provando addirittura ad ipotizzare concrete sinergie.
Un territorio che ha saputo reinventare la propria tradizione, trasformando dei luoghi, per chi li ricorda con Pavese ne “La luna e i falò”, in luoghi di prestigio internazionale; un territorio in cui il modello Ferrero molto ha preso dal nostro modello Olivetti, un territorio in cui la politica, prima di avere un partito da “sostenere”, ha un territorio “da difendere”.
I Cuneesi infatti, sono stati capaci di miscelare ingredienti quali industria, agricoltura, finanza e politica, utilizzando una sapienza certo non priva di momenti di impasse, che ha però consentito di crescere come comunità nei diversi ambiti, dal turismo enogastronomico, a quello dei servizi, dei prodotti di qualità sino ad occupare posizioni di rilievo in quello della finanza, il tutto con la capacità di esportare questo modello ben oltre il perimetro geografico Regionale e Nazionale.
Molte sono le similitudini con il Canavese e molti gli ambiti da cui potremmo trarre utili spunti, avendo tra le altre cose buona parte degli ingredienti, che fatichiamo però ad amalgamare.
In sintesi, si tratta di lavorare seriamente all’elaborazione di un progetto Canavese, una lobby canavesana capace di fare squadra e che, pur nelle giuste ambizioni dei singoli, nella specificità delle diverse realtà, nelle potenzialità delle diverse comunità, metta al centro dell’elaborazione economica, culturale e sociale il territorio, lavori per posizionare il nostro territorio innovando e sfruttando appieno le potenzialità che saranno messe a disposizione e quelle inespresse che abbiamo.
Certo, nella frenesia che caratterizza il nostro tempo, questi progetti non daranno risposte immediate ai problemi quotidiani, ma stiamo dimostrando proprio con la nostra resilienza che su quelli ci stiamo tutti lavorando, dobbiamo però nel contempo anche porre le basi per costruire solide prospettive per il futuro, senza dimenticarne l’importante e fondamentale passato. Rimettiamo il “Canavese al Centro”: per alcuni utopia, per altri una suggestiva ipotesi su cui sfidarsi, per altri ancora l’unica via.

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